AMBROGIO BAZZERO.

RIFLESSO AZZURRO.

1873. Coi tipi di A. LOMBARDI. Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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A SOFIA E MARIA MIE SORELLE
QUESTO BACIO
SU UN FIORE APPASSITO


In oggi io sono solo a piangere e a ricordare!
"Teresa l' vicina a Berta: una, due, tre.... quella delle tre fosse accosto al muro  la sua" mi disse il becchino del paese. Lina da sett'anni non sospira pi: "La mia nonna  andata in paradiso" e da sett'anni non chiede a babbo, di primavera, "un cespo di quelle rose, di quelle di Boscate" perch da sett'anni ha ribaciato la nonna, ed al sorriso d'Iddio s'inghirlanda dei fiori dall'eterna freschezza e dall'eterno profumo.
Solo!... Nell'ora in cui la campanella suona all'orecchio del pregante quasi mestissimo vale dei trapassati, coll'occhio lass rivolto, da dove ci sogguardano i cari fantasmi dei diletti sfuggiti al nostro amplesso terreno, dove il bosco lamentoso sussurra sopra le croci dei morti.
Solo!... E intanto si fa buio. Lume di stella stassera non bacer i fiorelli del camposanto, incurvati dalla brezza notturna a recare alla terra le lagrime che caddero in oggi sui petali nefasti dall'occhio di un congiunto o di un amico al sepolto: raggio di luna non piover sull'immonda ala del pipistrello che osceno svolazza, sorradendo le zolle consacrate, e osceno si posa sul mucchio dell'assicelle dissepolte, turpe guadagno dell'esoso becchino, gavazzando fra i turbati avanzi della dissoluzione: schiera di pietosi non giunger al cancello, confine tra il suolo dei vivi e il letto dei morti, perch il bosco s'annegra.... e, a notte, gi l in fondo al sentiero che mena alla valletta, al sordo rimugghiare dei nuvoloni tempestosi, "appena dal murello del cimitero avr pianto la pover'anima disperata, incomincer il ballo dei bianchi lenzuoli" cos la bieca superstizione delle comari: "Chi li porta? Chi vide da dove sono sbucati? Ve', ve', si drizzano, si allungano, girano! girano!... Chi li cont? Sono prima tredici: poi ecco tredici altri: e poi ancora tredici: sempre a tredici nel bosco. Chi li cont? Mah? Chi volle morire di spavento!" O curato di Boscate, mano all'asperges e al secchiolino dell'acqua benedetta.
Dopo sett'anni io volli rivedere Boscate per piangere e per ricordare!


LINA

"Pregate per i poveri morti" si leggeva su quell'assicella tinta in nero e inchiodata al troncone di un abete, che delle due stradette conducenti nel fitto del bosco quella indicava pi melanconica e pi buia: "pregate per i poveri morti!" piangeva la campanella di Boscate, fioca e lentissima dando i tocchi dell'avemmaria.
Madonna santa! sempre cos tutte le sere di ottobre! Lina si faceva oltre ogni dire appensata e mi guardava compresa da inenarrabile mestizia e quante volte mi diceva: "La mia nonna  andata in paradiso" altrettante la si stringeva alla gonna di Teresa, e questa le accarezzava i riccioletti: poi.... Sempre cos! Che tanagliate al mio cuore quando la Teresa, l proprio al bivio s temuto, si aggroppava in capo il fazzoletto e dentro e dentro e dentro nascondeva la manaccia, dentro nella saccoccia! Che fatica la sua, vi so dire, a frugare e rifrugare in quella bolgia! Cordicelle che io le davo da riporre, nocciuole da spartirsi tra me e la Lina, soldi e soldoni messi a frutto, chiovi, avanzi della rocca di nonna Berta la fattoressa, scattolini di quelli colla scritta:  "Pillole di Brera" rubacchiati al cassettone della mamma e ripieni di sabbia e di sassetti. Cio, scusatemi, fino ai soldi e ai soldoni l'affare non va zoppo: poi errata-corrige, di grazia corrige per amore di quel prestigio militare. Oh non sapete? Bene, ascoltate, fanciulle mie. Peppo Valperquattro, vulgo senza paura, un ciuffetto in Boscate che nemmanco al sor curato faceva di cappello, Peppo, vi dico, al mio cospetto pareva un'alberella, perch sapeva - e chi no? - che sempre in mia cintura e sempre nell'arsenale di Teresa e baionette e pistole e scattole di polvere e di granate non aspettavano che carne da ribelle. Dio Marte, alla larga ve'!
Dunque - cordicelle, nocciuole, soldi e soldoni, eccetera come ora dissi, passavano tra le dita di Teresa: pi le coserelle di Lina; cipolline da marionette in carta pesta e diademi per regine e tabarrucci per crociati e usberghi per tiranni. Povera Teresa! frugava e rifrugava: la si stizziva: dalle, dalle.... Poi aveva trovato! Sentite: usciva dalla sua saccoccia, usciva interminabile agli occhi miei, come la corda del nostro pozzo di Boscate, un coroncione benedetto, ora a strappi, ora rimbucandosi a tratti, sempre accompagnato nel viaggio da qualche nostra gioietta e quindi da quel solito: "Figliuolo, butta via questo straccio. Tosa, mi frusti le saccocce, tosa."
Sempre cos tutte le sere di ottobre! "Verr l'ottava dei morti" e "viene" e poi " l'ottava" e sempre: "Bisogna aver devozione per i nostri poverini." Teresa aveva in capo il fazzoletto: il rosario le ciondolava dalla destra: la mano della Lina stringeva la mia: piegavamo tutt'e tre a sinistra, e s'andava, s'andava....
Quando ritornavamo dal camposanto splendeva gi la luna e gi in Boscate il vocione malauguroso del becchino stravecchio aveva aperte cento bocche ad un requiem e impensieriti i nonni e sotto le coltri cacciati a frotte i bamboccioli strillanti. "Pregate per i poveri morti!" e ancora: "per i poveri morti!" L'eco in fondo al paese, come di sotterra: "...oorti!".... Poi silenzio.
Quando era cessato quel grido, quando aveva taciuto l'eco ferale, e il de profundis moriva sulle labbra di Teresa, io, freddo, stretto pi che potevo alla Lina, guardando ai noci del curato - se di  sabbato negri oh come! come, neh Teresa buon'anima, come le unghione di Satanas.. - Gesummaria! fatevi il segno della croce - io con quella vocina a sospironi che vince le mammucce pi accigliate:   "O Lina, domani sera dove andremo a spasso?"
"Dove vuoi tu, Righetto."
"Nei boschi, a spasso?" e qui un respiro a scosse che lei non intendeva.
"Ti piacciono i boschi?" Ahi, Lina, che domanda! Non sapevi bene come di dentro era fatto l'ometto che ti trottava accanto? Non sapevi: ed io avrei distrutto in un istante tutta la gloria delle mie imprese guerresche se io t'avessi dato motivo a due parole: "Hai paura?" Io, soldato, cavallerizzo, domatore di Peppo Valperquattro, io! A chiaro di sole, bisogna notare.
La mia risposta qual'era? "Mi piacciono di giorno, s...." e poi come un'occhiata la cadeva su quei noci: "Ma di sera i boschi sono tanto scuri!"
"Cos melanconici e cos belli!"
"Belli! Piacciono anche a me, s, s, anche a me." Intanto occhio ai noci. Veniva una buffata di vento? Ahi', erano le streghe che scaraventavano le scope: chi sa mai che piedi d'oca le avevano le maledette, e che capelli tutti a groppi, e che staffili di code, e che gobbe piene di peccati e di malizie! Una civetta batteva l'ali? Non c'era dubbio: arrivava di l, dall'altro mondo fuligginoso: adesso adesso aveva lasciato le corna impegolate del demonio: eccola qua! in un punto! Gi si poser su quella piantaccia in compagnia delle streghe. - A mezzanotte, a mezzanotte, Jesus, che formicaio infernale! - pensavo: - E il sor curato perch non esce a benedire? Ci vuol tanto ad avere un poco di giudizio, ci vuole? -
"Cos melanconici e cos belli i nostri boschi!" ripeteva quella mestissima creaturina, sottile, lunga, pallida "come un cerino, tal'e quale" per esprimermi colla mia Teresaccia, quella creaturina degna del bacio della tua Ga, o Guido di Praverde, e come Ga...!
Povera Lina! Amava il cimitero, ad otto anni l'amava!
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Pass l'ottobre. Un dopo pranzo - eravamo ai primi di novembre e gi apparivano nel cielo "le nuvole di neve", quelle bianco cinericce, conglobate, alte da terra e schiacciate tra di loro, e il sole tramontava rossiccio sotto una bassa striscia di nebbioni - un dopo pranzo io e la Teresa giungemmo alle due stradette quando la campanella aveva cessato i suoi tocchi, giungemmo dopo avere lunga pezza errato pei boschi, tutt'e due mesti e freddolosi: io per tutto il cammino le trottavo dietro, attaccandomi al grembiale, ma senza che uno solo dei mille "perch?" che mi sfuggivano in un'ora, mi venisse alle labbra, senza nemmanco quel "D' su, Teresa. Voglio una bella istoria: non di maghi per!" Ella studiava il passo, "perch si gela" mi borbottava. E via e via....
E l'altra?
Alle stradette ci arrestammo. - Quale? - non ebbi tempo di pensare: - Gi, la solita, eh? - ch'ella, la crudelaccia, si aveva gi in capo il fazzoletto e gi dalla saccoccia usciva il coroncione, usciva in compagnia.. - Tac, qualcosa era caduto...una pistola? Una baionetta? Un soldino? Un pieduccio di marionetta? Un..? Mah? Qualcosa di nostro, perch la Teresa non si chin a cercare: e basta.
"Andiamo."
"Ma aspetta, Teresa. Teresa? Voglio vedere."
"Vieni o non vieni, figliuolo benedetto?"
"Voglio vedere...! Cos', Teresa?" e mentre cos dicevo, gettatomi carponi, aggattonavo sul sentiero, cacciando attorno e mani ed occhi in tutti i versi. Ohim, niente, niente.
"Lascia gi, Righetto. Ascoltami: lascia gi. Qualche chiodo o qualche...? Oh che disperazione! Figliuolo, lascia gi. N'avete tanti e tanti di stracci: ch vuoi immattire per uno di manco? Madonna bella! n'avete tanti. Buttarne via, figliuolo,  provvidenza. Mi frusti le saccocce. Lascia gi: ascoltami, neh? ascoltami un poco. Mi frusti le saccocce; tosa, mi frusti le.. -" ma Teresa si morse la lingua, perch la tosa non c'era e perch il maschietto, dando un guizzo, le si serr alla vesta, domandando: "E Lina? Teresa, eh?"
"Lina, sai bene, eh? Il coll...." non le usc tutta quella parola che stava per fuggirle. S'accorse troppo tardi! del marrone e si ritenne per s l'ultime sillabe, fatale complemento: poi per rubare alla mia interpretazione la gi scappata, l'appicc colla prima che le venne sulle labbra: "Il coll...." Te', che la c'era ricascata senza volerlo! Come correggersi mo? Presa cos alle strette, confusa, stizzita, certo senza pensare alla Lina, affettando un gran mistero: "Il coll.... Il colra!" e tacque. Ah! questa volta meritava il bastone: e questa volta vidi proprio che si tapp la bocca colle mani: poi, siccome bisognava mettere una pezzuola alla rottura ed ingannarmi o sbalordirmi ad ogni costo, "Il colra" barbugli: "st'anno non c'. Oh d', Righetto, sai chi  morto di colra? Senti.... Senti: lunga lunghira.... fa rima con colra, senti...." e rimase l stupida e sconfitta dal suo stesso infelicissimo artificio: doppiamente addolorata, e perch, fanciulle mie, chi tardi arriva, male alloggia, il proverbio  stravecchio; e perch.... Mamma! la vidi piangere!
Ella era arrivata troppo tardi: aggiungete, ella aveva anche a che fare con un maschietto che, a grande consolazione di babbo, portava sulle spalle una testa meravigliosamente a gobbe, non tonda tonda, ma di quelle che eh! i maestri vi conoscono tra mezzo a cento, di quelle quadre "che s'empiono sempre, e non si vuotano mai" almeno lo dice lo speziale di Boscate. Basta cos: com'era lo seppe Teresa: perch io, ricordandomi di un certo borbottare tra mamma e la zia Beppina, di un "poverini!" sfuggito alla fattoressa, quella sera in cui non dormivamo, noi fingevamo di dormire, sovvenendomi due occhiate di babbo, una a lei ed una a me, e poi leggendo tutto chiaro e netto nell'imbarazzo di Teresa, io "Il collegio!" esclamai dolorosamente: e ristetti di botto, come se io avessi toccato la testa di una biscia: "Madonna! il collegio? La mettono.. - Ci mettono in collegio tutt'e due?"
Ah furbacchiotta! Teresaccia traditora! Usc dal ginepraio, perch m'amava d'immenso affetto: n io strillai, n io m'addiedi del suo tranello. Come prima fu baggiana, stavolta si mostr volpe di vecchio pelo: volpe? volpaccia, volpacchiona, e dico poco.
"Ohe, ohe, figliuolo," non mi lasci tempo di ripetere la domanda: "figliuolo, l'hai trovata?" e intanto frugava, quieta, nella saccoccia: "L'hai trovata la.... la.... la...?" e quando si credette sicura del fatto suo: "L'hai trovata la testa della regina? Cerca, cerca: cercheremo in due. Lascia fare a quattr'occhi, lascia fare." Cos detto, si chin anch'ella sul terreno, e come a furia di domande m'ebbe bene stordito, ma non cos bene com'ella credeva: "D', l'hai trovata? Ti costa tanti soldi, eh? Hai guardato alla tua dritta? Se te la trovo, d', figliuolo, mi fai un bacione? D', me lo fai? L'hai trovata?" quando io stavo per aprir bocca, sulle labbra m'avevo il nome della Lina - ella, "Te'," disse, cacciandomi sotto il naso una manaccia: " qua. Indovina: dentro cosa c'? Indovina cosa c'." Siccome ella la serr stretta, cantacchiando come s'usa dalle balie nei giuochi fanciulleschi, cos dovetti conquistarla dito per dito, anzi falange per falange. Ero al momento di schiuderla: feci un po' di forza coll'unghie.... Finalmente!... Sentite mo, le mie carissime, una patata vale una testa di regina? Per conto mio confesso che pu darsi: parlandosi di marionette, dico di no. Una patata! Ah Teresa! Cominci ella a canzonarmi. Che bizza la mia! Mi lasciai soffogare dalla tosse. Allora la prese un poco di compassione: mi promise istorie, niente! un diavolone tutta menta, niente! un santino colla mitra e il pastorale, niente l'otteneva! Mi disse che la Rita, la nostra amicona, per tutta la settimana la non sarebbe andata a scuola per farci compagnia: niente, ripicchio!... Infine mi caric in un minuto di baciucchi e di carezze s affollate, che mi vinse e ridemmo insieme.
Risi, s, risi, ma colle labbra risi e per un istante, perch tosto, guardandomi attorno, vidi lei, la Teresa, lei sola, non quella che cercavo, quella che io desideravo al mio fianco, dacch la parola temuta era cascata nel mio cervello, come una scintilla in un cassone di racchette.... Il collegio! Madonna! il collegio! Fuoco a mille idee! E l subito alla mia mente il camerone dello studio, pieno di poverini, tutta scienza e tutt'ossa, e in mezzo a quelli il domatore.. - no, lo dicono il direttore, giallo come la peste e secco come il becchino di Boscate, armato di staffile e di registri. Ecco il refettorio a tiro d'occhio: tavoli lunghi a destra e a sinistra, e sui tavoli e zuppe e zuppe e zuppe. Chi le conta? Lah, manco male: ad ogni posto fa sentinella una bottiglietta di quel rosso. Anche pei piccoli il vino? Anche. Scarso conforto per, perch quattro dita di quel vetraccio in fondo rubano un bicchierino sopra due di battezzato. Che c' l in quel cantuccio? Oh, bimbo, d', preghi? No:  in castigo. E l? Guarda, guarda quanti sono in ginocchioni!... Ah, anche in refettorio staffile e registri! Ecco uno stanzone, zeppo di letti, come una corsia d'ospedale. Dormono i collegiali? Mah? Sta! zitto: anche nel dormitorio staffile e registri. Innanzi. C' giardino? Corte? Corritoio? Almanco passeggiate all'aria aperta se ne fanno?.... Il collegio! il collegio! Staffile e registri, e niente, nient'altro!... Che pericolosa occhiata! Dio buono! Pericolosissima, quando io posi e nella camera dello studio, e nel refettorio e nello stesso lettuccio, sempre tremanti dinnanzi allo staffile ed ai registri, due macchiette a modo mio! Insieme? Certo, noi due insieme; io a proteggere lei; ella a proteggere me.. Ma ecco il domatore con tanto di manacce, gi  sottinteso, manacce alzate: il direttore dignitoso come il reverendo vice curato di Boscate, quando non vuole che pel paese i giovani s'accompagnino alle tose: quel vecchione, tutta stizza, mi piglia per un braccio.... Addio, Lina!
"Il collegio!" ripetei passionato: sentii un dispetto, un vuoto, un'uggia da non si dire. Avrei voluto essere solo nel bosco per piangere a dirotto: avrei voluto.. - No, solo no. Altre volte quella vocina che mi diceva: "La mia nonna  andata in paradiso" mi stringeva, oh come! il cuore, avrei desiderato non udirla, tanto mi suonava soffogata dal pianto: quella sera invece l'aspettavo, l'imploravo... Niente! Solo il riso sgarbato di Teresaccia e il ciondolare secco del rosario.
Oh se avessi in quell'istante sentito intorno alla faccia ventarmi quella brezzolina che tante volte mi portava il profumo di una nota gonnelluccia bianco listata, e sul sentiero ascoltata, leggera, ma affrettantesi, una pedata che veniva, che veniva.... Aspettare un mezzo minuto, poi.... Era lei! Ancora con me? S, s ancora. La mi diceva che alla regina delle nostre marionette aveva preparato il manto nuovo, d'oro e d'argento, con punto a catenella. Che maraviglia!
Domani che trionfo! Dietro al nostro teatrino ad ascoltare quell'evviva, quel battimano, quel "Bravo! brava! Com' bello il manto! Chi l'ha cucito? Chi fa ballare gli ometti?"
"Atto secondo. Siam'a tempo? S? Ma bada, Lina, di non imbrogliare le cordicelle a quel mucchio di guardie che non parlano. Zitto, Teresaccia, tu. Sei pronta, Lina? Be', alzo il sipario. Oh, ascolta: smorza il lume, se la prigione deve essere scura. La scena che viene adesso deve far piangere la mamma, sai? Alzo? D', Lina, alzo il sipario?"
"Su."
"Sottovoce. Cos. Ah brava! Vedi che ridono tutti? Evviva!"
"Piange la mamma?"
"No: ride."
"Ma doveva piangere!"
"Ride: meglio, ve'!"
La conclusione? Grandi applausi da tutti gli spettatori: un ganascino dal vicecurato in compagnia di un mostacciuolo rubato alla sua servetta e "Mezzo per uno, neh?" e dalla mamma e dalla zia Beppina la promessa di una nuova famiglia dalle zucchette di carta pesta e dai pieducci di piombo, da Lina poi.... E su, il mio castello di carte da tresette andava bello a toccare le nubi sotto un cielo di settembre, tutto azzurro, tutta luce, tutto incanto.. - Uh sgarbato cattivo! Venne il buffetto a spazzarmelo via: "Ih, ih, e la testa della regina?" la vocciaccia di Teresa: "La testa della regina? Ascolta, figliuolo: l'hai veduta?"
"Of!" Che stizza la mia!
E Teresa rideva: "Ha la pelle un po' negretta, neh? Ma ti dir: quella regina viene da in capo al mondo, dove ci sono i mori, i maghi e le stregacce."
"Teresa, non voglio sentire!" ed ebbi un raccapriccio, guardando gi nel bosco.
"Bene, via la regina, lah. Ma cosa ti conter allora?"
"Niente: niente voglio!"
"Viene da in capo al mondo...." riattaccava la villana, decisa a non lasciarmi un mezzo minuto colle mie fantasie: le indovinava! "Non la regina, ve'. Non la vuoi? Be', mandiamola a spasso. La regina stavolta non c'entra.... Viene da in capo al mondo.. -
"Chi?" interrompevo, raspando con un piede il terreno: "Non la regina, eh?"
"Adesso ti dir. Oh statemi a sentire. Viene a fare gli striazzi al chiaro di luna, sotto i noci del curato: gli striazzi, sai? Lascia che conti su. Bene, come vi dico, la figlia di quel re.. - Non la sapete questa? E una bella istoria. Volete che ve la.. che te la conti?" Che daffare, povera Teresa, a morderti la lingua! Che garbuglio! "Vuoi, eh? vuoi?"
"Niente voglio!" io strillai com'ella cominci a mostrarmi in lontananza quella lunga fila di maghi e diavolesse che sempre l'aveva in pronto per i bimbi, ed io fiutai a cento miglia l'odore della pece e il puzzo del calderotto che borbottava a carbone di teste rinnegate: "O Teresa, andiamo a casa. Subito!" pregai, guardando gi verso il paese al di sopra del nebbione le nubi allistate del tramonto che s'erano sbiadite e si sbrandellavano al vento della sera.
"Sei stanco, d', Righetto?"
"No, ma la Lina..." mi scapp di bocca: "avr paura, sai?" volevo aggiungere, ma tacqui: poi, siccome quel nome era gi l buttato e la Teresa, mettendosi gi di cammino per stricare le cordicelle alle figlie dei re che le stavano ammucchiate in un canto oscuro della memoria e che penavano a prodursi, la incominciava a parlarci, come al solito, non a parlarmi, segno di un prossimo marrone, io, pigliandola per il vestito: "Andiamo!" dissi o supplicai? "Sii buona: andiamo. Lina mi aspetter."
"Non t'ha mica gi salutato?" L'ho detto o non l'ho detto ch'ella la doveva cascare? Ecco: e tacque.
"O Teresa, la mettono proprio in collegio?" e nelle mie vene il sangue si fece di ghiaccio.
"Figliuolo, oh senti, e il rosario stassera va a spasso?
"La mettono proprio in collegio?"
"T'ha detto qualcosa la mamma? E la zia? No? Dunque, niente. Mi domandi che c'? Niente c'. In nomine Patris..
"Ascolta, Teresa," arrestai la sua mano destra a met viaggio tra la fronte e il petto: "ma in collegio ci mettono tutt'e due? Ascolta, Teresa!"
"Et Filii et Spiritus" continu la sua voce e continu la sua mano, stizzosa e l'una e l'altra: "Sancti.. Oh, fa il segno della croce e rispondi con devozione. Impara dalla Li.. - Madonna cara! et Spiritus Sancti. Amen."
"Ascolta, brutta. Tutt'e due insieme?
"Uf! T'ha detto qualcosa la mamma? La zia? No? Dunque  inutile domandarmi: domanda a loro. So niente io. So che la corona per i poveri morti va detta con devozione. In nomine Patris et Filii... -
"Ma, Teresa, cattiva...!"
"Nel primo mistero si contempla...."
Ella sedette su un radicone dell'abete che portava l'assicella col pietoso ricordo: "Pregate" e quella sera in sua mente non contempl, certo vi dico, le atroci scene del Calvario, cui l'invitava l'orazione: contempl cogli occhi del corpo me, che, accosciato a' suoi piedi, e piangevo e sospiravo.
Piangevo e sospiravo, perch alla mia immaginazione si offriva uno stradone diritto e monotono, e su quello una carrozza che muoveva da Boscate: andava lenta, trascinata dalle grame rozze della zia Beppina, lentissima, ma pure andava, impicciolendo... Addio, Lina!
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L'indomani, proprio a quell'ora istessa, Teresa era seduta allo stesso luogo: aveva il coroncione nella mano, ma non pregava: non solo il coroncione, stringeva una nostra coserellina e la baciava.
Povera Teresa! Ci voleva pur bene! Non pregava, perch la pensava a quel carrozzone malaugurato che la sera innanzi partiva per la citt, rubandoci la Lina! e che in quella, sempre lento e sempre scricchiolante, s'allontanava ancora da Boscate, a quell'ora medesima, su quello stesso stradone, sotto un cielo a uggiose nuvolaglie bianchicce, tra una campagna nebbiosa e silente... Il giorno di san Carlo!
Teresa era sola! 
- Poveri figliuoli! - la pensava: - Poverini! Le tue pistole, i tuoi schioppi, o ciuffetto? Le tue belle marionette, tortorina?... -
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Ohim! da quella sera la non ci vide pi! E noi - divisi - la ricordammo!

LINA

Il collegio!
Ero gi ingabbiato da sette mesi lungacci, gi salato con un po' di storia patria e un po' di catechismo, gi spoglio de' miei modi bersaglieri: collegialino insomma: imbisacciato in un certo giubbone grigio piombo a bottoni di peltro: il sinistro nell'ottava coppia dei trottolini, quando dalla portaccia della prigione s'inviava la filatera per la citt... a commuovere le mammucce sul passeggio, a buscarsi i frizzi poco pietosi degli studentelli "almanco vestiti da uomo", a far giurare agli sposini, se e se "non il collegio, ve'! Guarda: quei poveri piccini che compassione mi fanno!" se e se "Mi prometti?"
Anche babbo promise, mi disse la mamma; anche la zia Beppina, ma... Il ma ci capit addosso come una coltellata d'agguato quella sera di novembre, se vi ricorda, fanciulle compassionevoli: ma il carrozzone della zia, trabalzando, si mosse da Boscate pi presto che non solesse negli altri anni e nel carrozzone c'era lei: ma quella mattina la Teresa, ingegnandosi a non chiudere la portiera per ritardarmi, fosse pure di un mezzo minuto, colla sinistra mi serr di taglio nelle mani una sua medaglietta, "Se non ci sar la tua Teresaccia, l, che ti faccia dire le orazioni, tu dille istessamente" e la fattoressa, tirandosi il fazzoletto sugli occhi, dopo il "Te' un bacio, stella mia" mandatomi su per le punte delle sue dita, si lasci scappare in un appassionato sospirone: "Anche l ti ricorderai di nonna Berta, la vecchia dalle panzane?"
Collegialino: il numero quattro della prima camerata; il vicino di Aldo; l'ottavo nella panca in faccia al cattedrone nell'aula di seconda; sul registro di quel buon maestro, il sor Benpoco, sul registro notato tra gli eletti: e basta. Aldo, che mi sorprese sulle ginocchia del direttore, lui che fu da me il destinato a decimare un azzurro cartoccio di confetti - non li sgretolavo tutti: i pi belli li mettevo in disparte per le vacanze di l da venire - di confetti... e di tabacco, aggiungo per chiarirne la provenienza, Aldo, che cos ingenuo si arrischi nei primi giorni: "Righetto, l' tuo zio il catechista?  lui che ti d quest'abbondanza?" Aldo sa il resto: domandategli e intenderete.
Per quello che nascondevo dentro di me, che proprio era mio davvero, che mi dava i brividi e a tratto mi schiudeva i sorrisi sulle labbra, - e ancora adesso, ricordando, sento soavissima melanconia! - soggiungo... Collegialino da sette mesi! Da sette mesi io non l'avevo pi veduta! Lei! Ma verranno le vacanze, verranno! E sempre, - Ma perch mo non stanno nei collegi insieme i maschi e le tosette? Non sarebbero come fratelli e sorelline?... Cos solo, io! -  ed oh quante volte a scuola, al giuoco, a pranzo, nel dormitorio, andavo di lancio col mio pensiero, via con abbandonatissimo volo, e m'immaginavo un profumo, una vocina... Non ero pi solo, ah! "Solo?" m'avrebbe detto la mamma: "In mezzo a tanta gente?" Soletto, o mamma, che non sai!
Di fantasia in fantasia... Almanco le nostre penne stridevano l'una accosto all'altra: le sue manine coglievano i fiori nel mio giardinetto; il cespo delle rose di Boscate io l'avevo: le mie frutta sdrucciolavano sul suo piatto: almanco alla sera, pavidi, ci susurravamo: "Dormi? Voglio sognarmi di Teresa e del nostro teatrino. E tu"
E non mi arrestavo: anzi - e un giorno, sorridendo, apersi la gabbia al canarino del signor direttore - fingevo buttato gi il formidabile cancello del portone. Noi lieti, come due sposini inscienti, c'inviavamo: la passeggiata era verso un bel giardino. Guarda: il cielo di primavera azzurro e smagliante: il venticello carezzevole: l'acqua tremula e crespa: sui prati una danza di variopinte farfalle: noi carichi di cerchi e di palloni e di fiori. E va, e va. Ad ogni pispiglio nelle siepi: "Oh sta!  quella povera bestiolina. Non cantava nella gabbia del signor direttore!" Ad ogni vociare di villanella: "Com' allegra questa gente benedetta!" Al suonare delle campane: "Recitiamo insieme un'avemmaria, insieme tutti e tre.. - Ah! dov' la Rita? Giusto: Teresa dice il requiem per i poveri morti: noi risponderemo." E va, e va. Finalmente, un paesello. Noi affrettiamo: quello ingrandisce. E Boscate! Ecco: a momenti: ci siamo. Ci siamo, o Lina! I pagliai, il ponte, le prime case rosse. A destra la chiesa; ecco l la nipote del sor curato che ci degna di un inchino. A sinistra quella piazzuola sterrata, dove a chiaro di luna, ruzzando, una corona di fanciulli ballava in giro al vecchio castagno; il castagno  quello! A sinistra l'uscio raschiato, dalla scritta "Scuola comunale"; brutto pollaio! Oh, l davanti uno, due, tre furbetti ci salutano: Agostino, levando il libricciuolo, l'altro la manina, l'altro, toccandosi il ciuffo. Sicuro che il maestro li ha cacciati fuori di scuola! perch coi zoccolini tormentavano le teste attente dei coallievi, o pigliavano le mosche sull'abbecedario, come faceva Vittorio, o perch, irrequietissimi, presentivano il nostro arrivo! A sinistra la finestra di Teresa, dall'impannata coperta di carta, dalla cassetta dei garofani, dalla bianca crociona pennellata sul muro. Perch  chiusa? S'aprisse e sporgesse una testa grigia! No, no, se ci coglie la Teresaccia! "Eh! figliuoli, dov' la mamma?" La mamma dov'? Misericordia! la mamma ... Dov'? Noi siamo qui e basta. Come? Siamo qui. Perch? E basta... Eccoci tutt'e due chini sull'aiuola rigogliosa delle fragole magiostre.. - Oh! oh! troppo presto il passaggio: e dire che quel tratto di paese dalla finestra di Teresa alla nostra porta doveva parerci lungo come la strada al paradiso, per farci gustare tutte le dolcezze del ritorno, per lasciarci salutare ad una ad una quelle gioconde contadinelle che in due schiere s'avviavano, cantando, al filatoio: forse tra esse la Rita! Indietro, indietro: rifacciamolo quel tratto, ma adagino: intanto le fragole diventano pi dolci. Oh ecco la Teresa! Ma ci sorride: porta un cappellaccio di paglia per la sposina e per me uno schioppetto, di quelli a palle di stoppa e canna di sambuco, a cui si pensava e si ripensava laggi nel collegio e colle goccione calde agli occhi. Ecco la fattoressa con in mano una nidiata di passerotti ancora pelati, dal pesante testone, dal becco gialliccio, dall'aria arrabbiata o balorda. Ecco Peppo che stavolta tira dritto, adocchiata la mia arma in cintura. Ecco il giardino: l'ortaglia verdissima di primavera! Ecco l'aiuola delle magiostre, grosse, vermiglie. Dio sa che saporetto! Allunga lei la manina, ancora sporca d'inchiostro, ne spicca una, me la pone tra le labbra: la saliva mi s'addolcisce tutta alla lingua.. -
Madonna! mi rovesciasse addosso un catino d'acqua ghiacciata il sor Benpoco con quel suo traditore "Dillo tu, che sei attento", o mi percuotesse nei piedi una trottola, o mi chiamasse il direttore "Perch non mangi?", o russasse Aldo, Madonna che non m'aiuti! si stracciava la nebbia azzurra in manco d'un addio, e capitombolavo dalle nubi... Il collegio!
Il collegio!... E penavo e pensavo: - Chi sa mai chi ha potuto inventare questo tormento per noi fanciulli! Chi? Quello che ha inventato la capponaia e la prigione.... e le gabbie pei canarini. -
E le carezze del direttore scottavano, i confetti di don Malanno sapevano di verderame, i "bravo" del sor Benpoco erano fischiate stridenti. Che pi? Fra le quattro mura, a grandi fioriture di salnitro, l'aria era muffa: tant' vero che il canarino, se non c'era quel tale - ma ci fu! - il canarino si stecchiva certo, certissimo, come certissimo che il dottore s'affrettava tutte le mattine, e non per qualcuno, per molti.
Lah, fortuna che quel giorno benedetto, dopo tanti e tanti, il bidello grasso bracato compariva, sbuffando come una vaporiera, l nel corritoio dove quei cento poverini penavano ad aspettare... "Rigo" mi mandava gi "d'ordine del signor direttore" nella sala di ricevimento.
La mamma, dopo i suoi e quelli da parte di babbo, "Questi baci te li d la Lina," mi diceva, consegnandoli, sfioranti e lunghissimi, alle mie guance: "la Lina che ti saluta e che sta bene."
"Dimmi, mamma, e tu vai a trovarla?"
"S, caro."
"E nel suo collegio non entrano i maschietti?"
Mamma con un bacione succiante si risparmiava una bugia: poi continuava: "Sta bene.  la prima della classe. Impara a suonare il pianoforte."
Ed io "Sta bene? Io poco.  brava? Anche a me il signor direttore promise un bel premio. Suona il pianoforte? Io vorrei... suonare anch'io, mamma, il pianoforte."
"Vuoi?" 
"S, mamma."
Fortuna, che veniva quel giorno ogni mezzo secolo! Ma quel quartuccio d'ora, anzi quei dieci minuti scappavano da non se ne accorgere, ed io mi rimanevo colla mia domanda sempre gi in cuore, ch non c'era verso e tempo da poternela frugar fuori: "D', mamma, e nel mio collegio non entrano tosette? La sorellina di Aldo, quella di Tonino?" Scompariva il sorriso dalle labbra: ne prendeva posto il broncio. Oh! a strascicarsi all'altro gioved! C'erano di mezzo cinque giorni di scuola dalle nove alle tre, due piatti di merluzzo, quattro lezioni d'abachino, chi sa quanti tradimenti "Dillo tu. Tu lo sai, eh?" Forse anche una sgridata del direttore, di quelle che non mi erano mai grandinate addosso, forse una tosse da farmi stare a letto? A letto? Almanco i malati li inviasse a casa il dottore: allora benvenuti i raffreddori. Ma no: a letto e a dieta: il giorno lungo: la notte... Oh la notte!...
Una notte come quella di novembre! Gli altri dormono: io peno. Aldo si volge, gustando uno di quei sonni che a casa mia gustavo anch'io: se muto fianco, scricchiola il letto. Dio! le croci di camposanto! Quelle di Boscate! Eccole l dinnanzi agli occhi. Croci, croci, croci: e tutte hanno una fisonomia. Quella, s'io dovessi dire, grave e chinata, pare fatta col fusto del seggiolone della nonna, e pare all'altre crocette nipotine racconti le istorie vecchie del cimitero: quella, bassa e nascosta tra l'erba rigogliosa, attende il d dei morti e il lenzuolo delle brine: l'altra, nerissima e strapiombata all'indietro, guarda il cielo, forse perch  posta sulla buca di chi guard troppo la terra: quella schiodata, sghignazza truce: l'altra l'avrei detta la pudica del prato: quella, sfiancata, spia coi mille occhi fattile dal tarlo e aspetta di scoppiettare sul garrulo focolare del becchino o di gemere colle note del cigolio e del crepito, colla sera e il vento dell'uracano. Non v' croce che non sia buona: nessuna che non sia cattiva: la nonna ha l'avarizia del cartello sbiadito: la melanconica l'ira della posa: la contemplativa la pompa del pentimento: la sghignazzante la virt della mansuetudine verso le compagne, perch si sta ritta.. - Via! via! non vi voglio vedere!
Una notte come quella di novembre! Gli altri dormono: io peno. Se muto fianco, la coltre mi s'avviluppa intorno al collo. Dio! i morti! Mi strozzano col lenzuolo! Chiudo gli occhi e mi caccio sotto: nel buio della mente passano due... ecco tre, quattro teste. Sono quelle! Quelle che alla semiluce del crepuscolo vespertino, l nel luogo dei morti, "Don Ambrogio, don Matteo, don Melchiade. Gesummaria per loro! Le vedi le teste dei preti, d'? La prima non so di chi sia;  vecchia vecchia: la quarta ride; non ha pi bisogno di messe" la Teresaccia ci additava l schierate sulla mensa dell'altarino a benedire la cappelletta e a fugare il mal tempo livido, quelle dei curati a cui fu detto requiem ternam in Boscate: questa bianca e col berretto polveroso e stracciato, caduto di traverso su un'occhiaia: l'altra ingiallita e fessa in sulla fronte: quella colle mascelle spostate, che pareva ci ghignasse: la quarta minacciosa: insomma tutte da spaventare anche quel san Gerolamo, che nel deserto a vece di guanciale usava un cranio di peccatore. Oh Dio! alla scialba luce delle fiammelle vagolanti sulle fosse, al gemere della tramontana fra le croci scricchiolanti, allo sbattere dei dodici botti, ripetuti dall'eco sotto il volto della funebre cappella, cupi, lentissimi, oscillanti, accerchiato dall'orrore superstizioso del bosco, ecco l'angoscia insuperabile di quella visione. "O Madonna! una testa si muove sull'altare! Quella che ride! Oh come balla! Butta gi croci e candellieri, e viene, viene, viene! Teresa, fuggiamo! La Lina ha paura!..."
 Oh la notte in collegio! A Boscate la notte almanco quietavo, e s che la Teresa tutti i giorni ci conduceva l davanti a quel cancello a rispondere il requiem, ah! Tremavo quando lei diceva quelle brutte parolacce, quando vicino a me si rivoltolava, aleggiando, il pipistrello: ma a letto non portavo alcun pensiero di quei neri: "Dormi bene, Righetto" dalla stanza vicina mi gridava la mia... cuginetta: mamma baciava le mie mani messe in orazione: e m'addormivo.
 - Verr Natale; verr la Pasqua; verr il giorno di babbo! - sospiravo.
 Venne Natale; venne la Pasqua; venne il giorno di babbo: e uscii di collegio, fui condotto a passeggio, a visite, a teatro... Ma lei non la vidi mai!
 O mamma, ora ti domando, perch?
...
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...
Ripiglio. Ero collegialino da sette mesi. Un gioved, l'ultimo di maggio, come al solito la ribaldaglia degli scolaretti era nel corritoio ad aspettare il bidello. Dei tre seduti sulla panca vicino allo scalone, uno si rosicchiava l'unghie e le pipite; l'altro, fatto perno dei talloni sull'ammattonato, percuoteva insieme le scarpette; il terzo scattava in piedi di mezzo in mezzo minuto, desiderando: "M'ha promesso il teatrino. Oh almanco la venisse presto!" Beppino Riccioli era incantato davanti al quadretto dell'orario: pensava forse alla crudelt di colui che aveva scritto "dalle nove alle tre" e in cos bella calligrafia! Dietro a lui Sandrino Bianchi si lamentava da dieci minuti, perch su quella cartaccia "ricreazione" fosse misurata "mezz'ora", proprio da usuraio e "Mezz'ora quand'. S, perch, quando il quarto d'ora ce lo ruba il catechista, ce lo d lui, il direttore" Giulio Rigoni, il caporaletto, coi polpastrelli del pollice e dell'indice nella destra assodava e arrotondava una certa mollica di pane, destinata alla pancia del bidello, se la prima volta che quegli comparisse, cattivaccio! gridasse un nome che non fosse il suo.. - To, ecco rotta la mia descrizione a mezzo: ecco il bidello, ecco "Vittorio Bandinelli." Quello che sospirava il teatrino credette d'aver gi in mano le cordicelle delle marionette, perch sorrise, come si sorrideva solo al gioved, a quell'ora, anzi a quel punto: il caporaletto non sbagli la mira: gli altri levarono rumore sedizioso: poi aspettarono. N aspettarono invano.
 Uno solo non fu chiamato. Quello discese lentamente lo scalone e si raccosci sull'ultimo gradino... e pianse, soffogatamente pianse!...
 "Rigo***" lo chiam il direttore nel corritoio, e la voce venne gi sotto la volta... Nessuna risposta.
...
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...
Io ero assopito... Da principio nella mia mente ecco uno stormo di scintille vaganti su un cielo di fumo, un piano senza confini, una ridda di geroglifici instabili come il baleno. Poi ecco ora una vastit stellata, ora mille bizzarre pieghe e mille dolcissimi ondeggiamenti di trasparenze cangianti, ora un tremolio di luce: - quella parete vaporosa che noi vediamo nei sogni e che, ad occhi chiusi, sorprendiamo in noi come quella su cui passano le idee e si sfumano le immagini. E su quegli sfondi, gli orizzonti del pensiero, oh quanti contorni, quante distese, quante danze di cose e di persone! Ed ecco nella mente il serpeggiare e l'intrecciarsi, poi il distendersi di un nastro dalle tinte sfuggevoli e nebulose. Oh, si spiegava come lungo! Un capo si sbiadiva e si perdeva in un crepuscolo lontano, l'altro a poco a poco si incolorava, ascendeva verso l'azzurro, poi sfavillava alle pi vivide luci della fantasia, si faceva incandescente, confondendosi agli splendori di un meriggio abbagliante: e nel crepuscolo e nel meriggio io vedevo intorno a me il custode volo di un angelo: e l il bacio della mamma mia; l un sorriso: l una voce che mi assopiva nei facili sogni della fanciullezza "Ama"; l un bisbiglio... Era lei, la gentile!
 Io trasalii e guardai il nastro. Un capo si terminava in fondo, l vicino a quello scannello su cui sedeva una donna alla foggia brianzuola, intenta colla voce ad acquetare un bambolino guaiolante, perduto in un gran lettone, bianco come una vallata di neve, e vicino allo scannello un'altra donna che si slacciava il vestito in sul petto e porgeva innanzi le sue mani in atto di chi invita: o mamma! Questa la vedo come fosse adesso: eppure la mi dice: "No, no, Righetto, non puoi ricordarti. Mi fai ridere." Le rispondo: "Lasciami la mia purissima illusione!"
 Poi nebbia... Il nastro passava. Ecco l rasentava un cassettone inespugnato. dalla fragranza di tutti i dolci e dalle tentazioni per me appiattatevi da un reggimento e mezzo di diavolini, di quei leccantisi i barbigi imbutirrati, un cassettone dalla chiave ahi! gi sprofondata nella saccoccia inesorabile di quella cattivaccia: e qua la scodelletta di un micio scottato, tante volte riempiuta di latte, altrettante rinversata per amore dei laghetti: toccava due ginocchia accomodate a sgabelluccio, coperte da un percale a liste nere e turchinicce (lo sfondo delle panzane), su cui, a dispettone spietato (li quell'indice che si poneva in croce su due labbra rimproccianti e d'uno "st! se la svegli, ve' Righetto, lo dico alla mamma!" s'arrampicava un cosino in gonnelluccia a spiare la cuginetta dormente nella cuna: e qua il guardinfante di una buonaccia, la "cara" di tutti i bimbi: e qua il seggiolone a colli di cigno e zampe di lione di una nonna, soave, santissima matrona, piena la cuffia di nastruzzi, la mente di antiche strepitose memorie, la mano di soldi per i poverelli: si smarriva in un cantuccio scuro della legnaia e sotto la cappa del camino, dove la fumosa congrega delle streghe e dei folletti picchiava chiodi, e a notte cuoceva lucerte e testine di figliuoli un po' galletti... Teresa, Teresaccia! Sei l? Figura bruna di sant'Anna nelle tele del sIaratta. Oh se ti vedo! Oh se ti ascolto! La figlia di quel re quante volte fece il viaggio per noi? Il mago quante si ficc in capo il berrettaccio aguzzo e perdette l'anima? Quel lumicino a razzi che vedevamo lontano nel bosco? E quelle strade su cui, e va e va e va, i tuoi viandanti venivano, come le formiche, colla sacca portentosa delle noci e delle mele d'oro? Teresa, e il pelo bruciacchiato della volpe che ci soffogava col puzzo delle streghe? Teresaccia, no, no, no! Le streghe lasciale a cavallo della scopa, nel trescone intorno al noce, sul solaio dei bimbi cattivi, lasciale a mille miglia da noi, che diciamo le orazioni, mille e millanta. Nel cantuccio scuro della legnaia e sotto la cappa del camino di Betto fanno la processione a parata di ragnatele e la salita tortuosa a scosse di catene... Teresa Teresaccia, salutami la nonna, e lascia andare il nastro.
 - Lina, dove sei? -
 Il nastro passava. Ecco rasentava una grande poltrona, arsenale di balocchi. Papi di peltro a tipo di santo Ambrogio staffilante: Sem, Cam e Jafet di legno tirolese, a braccia lungo le cosce, come i coscritti davanti al caporale, e le mogli.. - No, stavo per fallare: erano le vaccucce, ritte a cavalletto, che avevano le corna: le mogli colla persona aggraziata come un piuolo: e mariti e bestie e mogli appartenevano a quel forgone col tettuccio rosso avvistato, sostenuto su una barca biblica a forma cinese o a fetta di mellone: fanciulli e fanciulle, inchinatevi... L' l'arca di No, che veniva sul carrione dei Re Magi dalle barbe d'oro... Carissimi, sentite o non sentite l'odore di vernice? Per me ci godo tutto, e vo' annusarlo, s desiosamente, sulle casette che hanno le porte e le finestre per le formiche: sul fogliame arricciato e verdissimo lucente di quelle piante inzoccolate: su quei traini di cavalli pomellati e di carrozze, in cui, a gambe levate e inutilmente remiganti all'aria, si torturava per me qualche povero scarabus ampelophagus: sulle membra dislogate di quegli infaticabili e romorosi artisti da capitomboli, pennellati a fiorami, salvo le facciuole: su quella capretta bianca e gialliccia, a quattro ruote rosse, che alla fiera mi comperasti tu, Teresa, Teresa che sei morta: su quegli annaffiatoi buoni per adacquare la sabbia nelle gabbie dei canarini: su quella cucina di latta... che non era mia, ma era nostra: sulle pettinature rigate di quelle marionette che aspettavano il teatrino... E il teatrino venne, quando venne l'uso della ragione collo spavento dell'alfabeto, quando dentro al cuore venne lei. Voglio annusare l'odore di vernice su quegli scannelli impagliati, colle gambe verdi a marenghini di minio, terminate da cipolle... Santa santina! Quelli erano di pessimo augurio: facevano presentire i troni della scienza e le teste dei coallievi nel prossimo asilo d'infanzia. Lasciatevi vedere, lasciatevi, o per sempre perduti!... Trottole poderose invidiate agli spazzacamini: pacchi di soldi lucenti, a colonne dei pi arditi disegni: lucernette nelle botteghe dei confettieri, sospirate nei pranzucci degli sposini: palloni dai balzi oltre le nubi e oltre: vanghe, rastrelli e zappe per coltivare sette fili di miglio: locomotive che avrebbero fatto viaggi d'una ringhiera e mezza: nostranissimi cartocci di mandorle alla pralina, regali non plus ultra dello zio prete: piedestalli di cioccolatte all'amore dell'avvocato: aranci complicati di spartizioni, quanti gli spicchi. Lasciatevi vedere!... Altri balocchi no: non era ancora l'et dei lividori e degli insistenti cerotti: altri no, o se c'era, qualche schioppetto di sambuco dall'odore brusco e dallo scoppio plebeo, se c'era.
 - Lina, dove sei? - 
 Il nastro passava. Usciva dal borsello di babbo, sempre asciutto: attraversava un librettuccio aperto, l'alfabeto: si tuffava in un certo calamaio fondo come un pozzo: poi allineava una fila d'imbronciati scolaretti colle bocche contorte e il ditino sulla X, Y. W... Oh se vi riveggo! Siete? siete ancora? Tu, buonissimo maestro, colla faccia d'Omer pasci, quand'era in voga sui calendarii, gaudente consumatore di mozziconi ultimissimi di sigari, troppo zelante nella requisizione dei nostri giuochetti per darli ai tuoi bimbi, spauracchio agghiacciatore quando ti piantavi alla lavagna, sommando le lire e i centesimi che erano sull'abachino, non erano nella tua borsa! Tu, Guido bello, che avevi una cuginetta, la quale si chiamava Ga, ed era la tua sposuccia di Praverde! Tu, Alberto, che tiravi gi l'aste e i rampini colla irrequieta manina tisica! Tu, Bigio, che mi insegnasti a trarre le facciuole dagli O del sillabario! Tu, Carletto, che con tre libri improvvisavi il teatrino, e le dieci dita tramutavi in dieci personaggi incartati, cio togati! Tu, che avevi i castagni capegli, a ciuffetto appuntati sulla fronte e sulla nuca! E tu, che perdevi e facevi perdere gli importi nelle addizioni! E tu, che ci comparisti quel d vestito tutto in nero e colla tasca piena di regali! E tu, e tu, e tu, s, voi tre amiconi: che colla mollica preparavi proietti: che col pollice e coll'indice facevi catapulta: che suonavi il tamburo sotto alla panca!... O panierino dell'asilo, dall'austero pane e dalla pera o dalla mela di frodo!... Poi il nastro tremerellava dinnanzi a un vetro screziato a rabeschi sinuosi, a fogliami di cardone, a mazzetti spinosi, in quelle mattine dell'inverno, quando vanno per l'aria e nebbie e venti agghiacciatori. Oh finalmente! si posava sul velluto di una certa borracina a valli e a monti; l la capannuccia e il lumicino, e davanti la mamma inginocchiata. Il presepio! Bimbi che avete mamme, mamme che avete bimbi, guardate. Non accenno alle vetrine del Vallardi: quelli che sono l non mi persuader mai che voi li chiamiate presepii, pitturati cos sodi, a figure mezzanelle, a dieci o manco personaggi. No, no, no. Guardate il mio: intanto non c' faccia di carta che non rida alla mia offerta di aranci e di cioccolatte: non ci sono tipi umilissimi di nessun popolo battezzato o no, i quali si accontentino a starsi fra un'asse e l'altra della mia vecchia panadora, a luogo delle chicchere: non c' carovana che si tragga dietro pi copia di mestieri. Una volta! Ma una volta c'erano i babbi che portavano in casa gli allori... per il presepio, le buone fantesche che provvedevano, spontanee e gioiose, le borracine, le mamme le quali si ricordavano che per fare il laghetto davanti la capannuccia, ci sarebbe quella tale e tale lastra di vetro rotto: una volta, eh! Guardate il presepio mio, bimbi che baciate mamme, mamme che baciate bimbi. Madonna della candela benedetta! anche il lumicino si  spento! Guardate. Che cosa guardate? In giro alla tavola i posti vuoti! Oh verranno, verranno i convitati ad uno ad uno: sentirete le scampanellate, i complimenti d'anticamera, il fracasso del ricevimento. C' qui forse la nonna forse lo zio Carlo? forse la zia Beppina?... Ascoltate? Alla porta si  fermata una carrozza. Una carrozza? Giusto, l' l'agenzia dei Re Magi. O Re Magi santi, santissimi dalle barbe d'oro, portatemi i regali! portateci i regali!
 - Lina, dove sei! -
 Poi il nastro serpeggiava tra le sedie in una chiesa barocchissima, ove al tempo, cio all'eternit di una messa stragrande e bimbi e bimbe passavano e ripassavano la via crucis sul libro dei babbi e si struggevano dietro ai piviali e alle pianete d'oro: e dalla chiesa in un giardino a vecchi alberi allineati, ove c'era sole, banda, folla e noia, e dove ah non s'incontrasse il signor maestro, per carit non s'incontrasse! Dove c'erano usseri con certi squadroni, che, se sapevano che a casa mia uno schioppetto si stava in quel cantuccio, e caricato a scaglia, potevano venirci in reggimento! Dove, il bellissimo viso coperto da un velo azzurro, caramente addormita sulle braccia di Teresa, sobbalzava alle battute della gran cassa, la mia Lina di tre anni e mezzo! Madonna santissima! Il nastro fuggiva in una cameretta silente, toccava una cesta di fiori in cui fu buttato un martellaccio; l presso una cassetta inchiovata, un drappo bianco, una corona di gigli e una candela collo stoppino arsiccio. Oh mamma! mamma dolorosa! "Non la vedr pi la Sofia?" ti domandavo. Da quella cameretta, sbarrata la mattina, la sera io passavo ad un teatro, dove vidi nientissimo, neppure quella manaccia che, coprendo tutto lo sfondo della piazza di cartone, fece tremare le quinte, e aiut le cordicelle imbrogliate di una Colombina stramazzante.
 - Lina, dove sei? -
 Come lungo ancora! Il nastro passava. Qua ecco uno zio col tabarro a breve sarrocchino, color cappa di frate, col gran bavero abbambagiato: qua un'altra zia di cuore plusquamperfetto.. - No, prima di questa c'era lei, la Luisa addolorata, che mi diceva: "Righetto, tu hai ancora il babbo: io non l'ho pi!" Lei, la Luisa biondissima, che si suggeva le mie guance a baci e si godeva di pigliarmi il mento tra le sue dita per interrogarmi: "Caro, mi vuoi bene?" Poi quell'altro buon pretone che apriva, apriva, apriva un portafoglio a dieci tasche per pescarmi fuori il santino pi o manco protettore: poi babbo in quel d solenne, quando strappava dalla libreria una tendina verde e la cuciva a que' tai due colori: e mamma che porgeva una fascia azzurra: e il cuoco che aveva veduto il primo zuavo e l'ultimo poliziotto: e la vicina del pianterreno che non la rifiniva: "O caro Signore! l' messa insieme questa bandiera? Casa tale l'ha gi fuori. Che roba! Che sbalordimento!" E quella dell'abbano (sottovoce: l'aspettava qualcuno) che si struggeva dietro ai bersaglieri di l da venire: "Vedranno. Giovani fatti col pennello: lesti come lepri. Con quel pennacchio!... Gi sul ritratto sta proprio bene!" Poi due cugini che giuocavano alla Guardia Nazionale: poi due grandi cappelloni di paglia a nastro tricolore e sotto due cugine indefesse cucitrici di coccarde: poi ecco il gufo in mezzo a qualsivoglia festa, lui che si grattava la parrucca, quando babbo tutto scalmanato, "Siamo noi, eh? Noi finalmente!" conchiudeva, serrando le valige e augurando il buon viaggio ai duchi e duchini e l'altre peste: e tutto a luogo nella nostra Italia.
 - Lina, dove sei? -
 Il nastro passava. Ve' che processione ancora! Ecco Betto, quel tale che si lasci cogliere colle mani fuori di saccoccia, quando nel cortile della zia marchesa quella pallottola di neve - l'ho sulla coscienza - and sfocacciata sui quarti di certa livrea colore tabaccato. Miserere! Mo che rammento: signora zia di Betto, la non fu quella una giustizia da goti e d'ostrogoti?.. - Salta, salta, o nastro di cattiverie. Vedo chicchere rotte, calamai capovolti, la neve di un lattemiele a grandi tracce di una manina che scavava grotte e innalzava campanili, schioppetti da caricarsi coi fagiuoli, col calcio rosso saturno, colle canne di latta, coll'acciarino che non era acciarino, schioppetti buttati nella carbonaia: vedo cavallucci invalidi, tamburi sfondati, corde e fruste ingarbugliate intorno alle gambette di Bigio, libri sotto gli occhiali del maestro popolati di casucce strapiombate e di facciuole, un panchetto... con un certo nome, e certe parole a commento di certe cifre in quel quadernetto nel casellino della condotta, che mi rubavano le frutta a pranzo e a mattina il bacio della mamma.
 - Lina, dove sei? -
 Il nastro passava. Salta, salta. Vedo aiuole con sprofondatevi l'orme del mio stivaletto a cento a cento: rifaccio corse a rotta di collo: rinseguo quel gattone nero che cacciava i passerotti di nidiata: imbocco una trombetta a gran fiocchi... Salta, salta. No, non c' verso, la trombetta non si vuole staccare dalle mie labbra. Lo squillo della carica. Ecco una sciabola a dragona d'oro. A chi le toccano, sfumino le speranze: le vengono gi botte da fendere montagne altro che teste di croati! innanzi gli squadroni: su alta la bandiera: strette le sciabole: pronte le pistole: occhio alle redini, e lesti a lavorare di speroni. Tutti di carriera! Che ballo mica da burla! Gesummaria! Che? Indiavolava? In manco tempo che il gatto delle streghe arruffa il pelo al disegnarsi di una croce intorno al calderotto dei malefizii, in manco la non c' pi: cess la tempesta della carica, ammutirono le trombe, si fecero di nebbia i cavalloni. Tal'e quale si va la garza alla fiamma.. - O che? Guarda: una farfalla. Una farfalla! L'accenna ad abbassarsi: aleggia con una danza irrequieta sul pratello del giardino: bacia le rose e i gelsomini e le viole. Allora ecco l'ometto in calzoncini bianchi, colla gorgierina inamidata, un po'da pupattola, col grembiale sciupato, colla giubbetta un po' alla militare, ecco l'omino col naso in aria, le mani preste ad afferrare, gli occhi pronti a gottare acqua al mulino dei capriccetti. Eccolo! E tra le quinte forse la Teresacca che raccontava le prodezze: "L'altro ieri dalla scuola  tornato coi ginocchi rossi bruciati. Quante orazioni fanno dire ai bimbi!" Eh? Innanzi: "Ieri sul mio libro della messa a tutti i giudei della via crucis attacc pipe e barbigi: e pipe e barbigi pazienza, ma...? Quella, confesso, la fu grossa: ve', Betto, il tuo cattiv'esempio!? Oggi gli dico su la storia dei maghi e delle maghesse: lui mi d fuori a piangere di paura. Madonna bella! mi diventa di tutti i colori, e "Gua'" dice: "che m'insogner?stanotte!" Cos'ha? Cos'hai? Sospira come un soffietto frusto: poi con un musino rigato da grandi goccioloni, "D niente alla mamma!" Oh, oh, me gli faccio appresso: uf! stoppo il naso, e tiro il catenaccio di quell'uscio e dico: "Figliuolo, una volta almanco domandavi: vergognaccia!..." Eh tanto fracasso! La fu poi una volta benedetta dacch m'affibbiai i calzoni. E via e via, tante altre maldicenze sulla bocca di Teresaccia. - E tra le quinte certo la mamma: "Eh, che volete? Poverino, l'ha l'uso della ragione? L'et s ma l'uso no, dunque..." dunque tante cose, che capiscono solo le mamme.
 - Lina, dove sei? -
 La rivedo. Ecco la farfalla! "Mi scappi, cattivaccia, mi scappi. Brutta bruttona, se ti piglio, ve'! Se ti piglio, cosa ti faccio? Eh Ti do viva in bocca al canarino della Luisa, ma prima ti strappo i barbigi e ti scotto le zampine." Ed io, col sangue fatto agro da tali proponimenti, incominciavo la caccia... Poi, o fuori di tiro volteggiava la farfalla, od era sparita, cercando altri giardini ed altri persecutori in gonnelluccia. S, ce n'erano e cattivi!
 - Lina, dove sei? -
 Il nastro passava. E via, e via, e via... Ricompariva sotto un pergolato d'uva moscatella; i tronchi tortuosi, sfilacciati, a licheni bianchicci, il fogliame dalle gioconde trasparenze, i grappoli piluccati: toccava la berlina verde e nera della zia e i cavalli a contorni di quaresima; toccava la maniglia stemmata della portiera... O Lina, sei qui? Siamo a Boscate! Salta gi e corriamo ai  campi!      
 - O Lina, sei qui! -

Quando noi passavamo quel giorno sotto la sua rossa finestretta, fermandoci di botto ad ascoltare, "Teresa," supplicammo d'un'occhiata: "andiamo a trovarla." Girava un aspo e girava e girava da mattina a sera, ed una voce sempre gaia e sempre affettuosa sposava al canto le lodi di Maria.
 "Come ha nome?" interrog la Lina.
 "Come ha nome? Rita" rispose la Teresa, e, pigliando la mano dell'uno e la manina dell'altra: "O figliuoli, sono stracca" e butt innanzi un mezzo passo: "Andiamo a casa."
 "E lavora e canta tutto il giorno?"
 "Gi."
 " una bella tosetta?"
 "Andiamo, figliuoli" e stavolta Teresa fece un passo, poi due: non tre, perch le sfugg la manina. Ah sovversivo esempio! Mi liberai dalla stretta stizzosa, frutto del marrone di quella birichina: e tutt'e dite noi caporaletti, appiccati alla sua gonna, girandole intorno, dapprima la impacciammo nelle pieghe del suo percale: poi la smuovemmo un pocolino. Uh che fatica! La pareva fitta coi piombi nel terreno. La smuovemmo. Smossa, Teresaccia tentenn, poi, malsicura si talloni, cedette al movimento rotatorio. Sconfitta, fece bocca da ridere e chiese pace a patto di due bacioni ai vincitari. "Uno per uno a voi. A me poi" incominci le condizioni accessorie: "datene quanti volete: finch siete stufi. A voi, ho detto" (e qui prese a tradire la lettera del trattato:) "uno, ho detto: uno s'intende" (non a tradire lo spirito:) "uno doppio: uno, ma doppio: per anche a due, a tre, a quattro, a dieci, di doppii, ci sto: s, ci sto: e voi altri?"
 Noi abbandonammo la sua gonna, e com'ella si abbass e, piegandosi sui ginocchi, venne a sedere sulle sue calcagna e a portta delle nostre bocche, noi fummo davvero spietati: a baci e carezze c'era da soffogarla. Ed ella fu spietata con noi.
 Cessata quella furia d'amore verissimo, per premio, "Be', figliuoli, vi conter un bell'esempio. Neh? un esempio. Sentite: intanto che andiamo a casa passo passo, intanto vi dir su la storia di Bertoldo e delle rane. Ascoltate." Fiato buttato.
 La Lina con un dito in croce sui labbrucci appuntati la pregava di silenzio e s'accostava a quella finestretta, allungando il sottile collo all'insu... Per lei era troppo alta. Eh! ci fu il maschietto che la prese in braccio, e l'aiut, e quasi quasi...
 "O figliuoli, vi farete male. Gi di l lei: e quieto lui, neh? Gi, ho detto! O cielo! gi!"
 Alla vociaccia di Teresa quell'aspo che girava ronzando e girava si fe' muto e la canzone si moriva...
 "Tosetta," disse la Lina, Sempre sostenuta dalle mie braccia, appoggiata con una manina al muro, e coll'altra tentando di afferrare il davanzale della finestretta: "vedo. Come ti chiami? Rita, eh?"
 "Rita" fu risposto.
 Io, col tergo a quella casa sbirciavo di sotto insu, ma non vedevo che il gorgieretto arricciato di lei, che mi guizzava stracontenta fra le braccia, e il suo collo e la punta del suo nasino.
 "Tosetta, ti voglio bene. Canta, tosetta.. - Rita, perch scappi?"
 Un mezzo minuto dopo, al pi imperioso "Gi di li!" della nostra Teresaccia, noi eravamo cogli occhi aggrottatucci e le labbra ad arco acuto in mezzo della strada: quand'ecco s'apr l'uscio di quella casa, ed ecco - Lina mi stamp sulla bocca un bacione, il primo suo e il soavissimo! - ecco in sulla soglia la disturbata massaia, lei dalle trecce gi allacciate sulla nuca e dal fazzoletto gelosamente aggroppato a difenderle il seno, la Rita! Ci chiam nella sua stanzuccia: noi entrammo.
 La Lina, "Cos' quel...?"
 " l'aspo per la seta."
 "La seta?"
 "Per il vestito delle spose."
 "Io voglio farmi sposa, ve', tosetta.: e tu?"
 "Anch'io sposa con un bel vestito di seta."
 Dopo quella visita Lina e Rita amiche amicone. Furono sempre insieme, e l'una l'altra si domandavano le cento volte:"D', come sar il mio vestito da sposa? Bianco o celeste?"
 Quel giorno le mie labbra, umide del bacio di quella pallidissima, quel giorno si sfogarono su quelle di mamma...
 E mamma ci ribaciava e sorrideva sempre!
...
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...

 "Rigo***!" chiam il direttore una seconda volta e con voce affannata.
 Nella mia mente sparvero i cari ricordi che a quello dolcissimo si collegavano con vicenda di fiori e di sorrisi e di baci: rimase solo buio e in quel buio si attravers un'idea straziante: - Mamma non  venuta perch.- ma, di subito rammentandomi quei parenti del povero Masino che venivano in collegio vestiti tutt'in nero, e la sorellina... che non ci veniva pi, mi alzai, come se riscosso nelle reni. Ma stetti! e ricordai la mamma, quando due anni prima era a letto ammalata, passionatamente ammalata, cos pallida, cos melanconica, cos amorosa con me e con babbo... Dio! scappai.
 N la promessa del bel premio che mi ripet il signor direttore, facendomi ballare sulle sue ginocchia, n quel solito cartoccio che usc di petto a quella vestaccia verde, stelleggiata di tabacco e di saliva, n l'arlecchino di Vittorio, n il mio compito per la domane trovato tutt'e fatto di pianta al mio posto nel camerone di studio, n il piatto di frutta meno acerbe e pi abbondanti di quelle degli altri giorni, n le facciuole tra liete e maliziose de' miei camerati, n il cinguetto di Aldo, valsero a tormi gi da certi pensieri, a levarmi di cuore certe trafitture. So che un conforto l'ebbi nel pianto.
 Nell'ora mesta, alla blanda luce del crepuscolo, al suono delle campane che mi dava un sussulto, come l'estrema voce di un lontano morente, tra l'amorosissimo mistero d'armonia fra le cose e l'animo, alla azzurra danza dei rimpianti e delle speranze, io, soletto, discesi nel giardino, corsi alla mia listicciuola di terreno, al mio cespo di rose...di quelle di Boscate, che piacevano a lei: sedetti, e ascoltai e guardai... Sentii dolcissimo e geloso il mio dolore inesplicabile.
E piansi! Perch piansi?... I pensieri morivano l'uno nell'altro, si sfumavano, armonizzavano, si rinnovellavano: il dolore svaniva nella gioia, la gioia nel dolore: melanconica quella, carissimo questo: il misto indistinto che ne risultava una incertezza speranzosa.
E sorrisi! Perch sorrisi?
...
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 E perch piango? E perch sorrido?
 Ecco il giorno che muore, ecco l'ora melanconica, ecco nel mio cuore l'ineffabile mestizia! Io chino il capo, sospiro, fremo, ed amo.
 "A che pensi?" mi dice la mamma, passandomi, tutta affetto, una mano sulle guance, e l'altra abbandonando nelle mie: "A che pensi?"
 "Mamma, a nulla." Tutti i giorni ho questa risposta per lei e questa per il babbo.
 "Che hai?"
 "Niente, babbo."
 Ma il mio capo  piegato sul petto: la mia bocca  aperta a un mestissimo saluto "L'ora melanconica!": i miei occhi, quando si staccano dai vostri, o miei cari, si fissano languidamente - ed oh quante tolte imbambolandosi! - l nel cielo, l sulle nubi accese dal fuoco e dall'oro degli ultimi raggi solari.
 "Va a fare una bella passeggiata:" mi propone la mamma: "vai?"
 "S, vado."
 "Una passeggiata lunga ed allegra" cos dicendo, la mi accommiata con un bacio. 
 "L'ora melanconica!" Queste parole mi corrono sempre alle labbra e sempre io le ripeto di minuto in minuto, quando il giorno declina, le ripeto, colla faccia rivolta verso il cielo, desiosissimo addio alla luce smorente, religiosa invocazione all'arcana poesia del Dolore e dell'Amore.
 "L'ora melanconica!" E sospiro, fremo, ed amo. Amo il fiammeggiare dell'ultimo raggio di sole, e le nubi abbaglianti e radenti l'orizzonte, e quelle porporine, e quelle rugginose, e quelle paonazzicce: amo la calma luce del crepuscolo, e le tenebre che stendono sopra il mio capo l'azzurro sereno delle notti tranquille, e il primo astro che gioiella il cielo, e la luna che mi sogguarda dalle nubi o limpidissima tra gli alberi di un boschetto.
"L'ora melanconica!" E sospiro, fremo, ed amo. Amo le squille dell'avemmaria, e i lumi che qua e l vanno mostrandosi dalle finestre, e le coppie bisbiglianti degli innamorati: amo i fedeli che sfilano alle chiese, e il festoso schiamazzo dei giuochi fanciulleschi, e il mistero di una canzone, forse ripetuta per addormire un bambinello, forse per obliare un dolore, forse per richiamare una memoria.
 "L'ora melanconica!" E sospiro, fremo, ed amo. Amo il mio pensiero che ora con ansia febbrile vola e rivola dai ricordi pi nebbiosi alle speranze pi vivaci, ed ora si assopisce in una vaga e dimentica ebbrezza: amo le memorie che si addensano nella mia mente, e la lagrima che mi scalda la gota, quand'io rammento tante gioie perdute e tanti soavi dolori: amo tutte le mie illusioni e perfino tutti i miei timori, perch illusioni e timori ebbi l'altrieri in quest'ora, ed ebbi ieri, ed oggi ho, ed avr domani, e dopo, fino a quel giorno, di cui il sole coll'ultimo raggio non bacer pi la mia fronte pensierosa, ma la croce sulla mia fossa.
 O sera, tu adduci mestizia nel mio cuore, ma carissima mestizia! Io ti saluto e ti amo: me fortunato! ti saluto, perch tu mi trovi ol sorriso della fede sulle labbra, non col sogghigno del dubbio: ti amo, perch nel cuore ho la invocata speranza confortatrice, non il cinismo desolante dello scettico: ti saluto e ti amo, perch, riposando i miei occhi nel cielo, io sussulto d'un arcano commovimento.
 O sera, tu adduci mestizia nel mio pensiero, ma carissima mestizia!
 Immalinconisce il crepuscolo vespertino. L'ora fantastica in cui la nottola ha il volo verso i cimiterii; l'ora stanca nella quale, dopo le solitarie passeggiate e gli insidiosi vaneggiamenti, io cerco la chiesuola che pi affannoso d il gemito dell'avemmaria, che pi lamentevoli lascia sfuggire i canti della sera, che pi mesti fonde nei vetri i riflessi del cielo e i riflessi dei lumi sugli altari. In quest'ora ho una vita nascosta, tutta mia, gelosa e confidente, tormentatrice ed implorata, vasta ed a visioni, tra le nebbie e gli azzurri, sui sentieri di fiori e sui pratelli di camposanto: e ferventemente e placidamente la vivo. Sospiro, perch sento che quel gemito e quei canti degradano lontano, ma dentro di me e con sacro lamento d'addio: fremo, guardando quei riflessi, perch mi danno le trasparenze di quegli sfondi incantati in cui folleggia la mente mia con lusinghe melanconiche d'affetto e di rimpianto. Sospiro, fremo, e fantastico che per le anime angosciate e poetiche vi debba essere nella mestizia crepuscolare un eden, una diffusione di luci, luci di cielo e luci di terra sposate insieme dall'ora gemente che attira gli addolorati agli angeli, un cimitero fatato, ove non ghigno da beccamorto, non coltri da cataletto, non croci, non fiori gialli e neri, ove si pianga con tutta la straziante volutt delle lagrime santificate da un Amore che  Dolore, da un Dolore che  Amore, ove si pianga e si compianga, ove salgono i nebulosi fantasmi delle vergini quaggi sepolte a Dio, delle dolorose che gi apparecchiavano la bianca vesta, dei vergini, pallidi amici della solitudine e dei tramonti, o di una croce o di una finestra deserta, delle spose e degli sposi, delle madri e dei padri, storcentisi sui talami desolati, sulle culle aggelate... Oh santa ebbrezza di pianto!
 Vagheggiati fantasmi della mia povera fantasia, larve sfuggevoli ed ammalianti, parvenze indefinite e indefinibili, oh volatemi accosto, conforto e tormento al mio cuore; intorno a me intrecciate la danza poetica, bisbigliando al mio orecchio le parole della speranza e dell'amore; tuffatemi nelle visioni placidissime e nei desiderii bollenti di un avvenire, spiato ora con tanta trepidazione ed ora con tanta baldanza; sorridete, e, sorridendo, inebbriatemi dei vostri canti e dei vostri profumi!
 Ecco il suono delle campane. Ed io cerco la chiesuola che pi affannoso d il gemito dell'avemmaria, che pi lamentevoli lascia sfuggire i canti della sera, che pi mesti fonde nei vetri i riflessi del cielo e i riflessi dei lumi sugli altari. Entro, prego, e sorrido: prego e sorrido, perch penso che le testino delle vergini e dei giovinetti la Madonna Confidente in quest'ora le conosce tutte e a due a due, perch ascolto vocine amorose che escono da bocche, che nel segreto all'ora pro nobis susurrano un nome, da bocche che baciano e che sono baciate, e che religiosamente cantano la ninnananna accanto ad una culla, perch persino la faccia della poverella della chiesa parmi sorrida, dicendomi: "Eh! la monachina un giorno alle tendine l del battisterio non ci guardava, no, senza una certa voglia. E smezzava i rosarii. Po' poi si consolava, pensando che anche la Madonna la fanno col suo bravo bambinello, Lei che  la Madonna del cielo!"
...
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 Ho rammentato ed ho pianto, ho sorriso ed ho sperato nella mia illusione! Oggi nella melanconica ora del sole morente, assopito in una voluttuosissima estasi di mesto abbandono, ora cullato dalle placide soavit delle infantili memorie, ora vezzeggiato dai multiformi fantasmi del futuro, intorno a me sorridenti il roseo sorriso dell'amore, sbalzato dalla nebbia dei ricordi pi remoti a quella mistica pioggia di luce in cui si tuffano quelle larve purissime, intreccianti a contorni di fiori e di irrequieti fiammeggiamenti una parola e temuta e sperata nei delirii e nella contemplazione delle stellate notti primaverili - Avvenire! - dal bacio santo che mi diede la mamma, quando sulle sue ginocchia, leggo prezioso, quella mattina, non indarno, pos il librettuccio dell'alfabeto, a quello sovraumano che ogni sera, quand'io sospiro, fremo, ed amo, con amorosa finzione io sogno scoccarsi su nel vasto azzurro tra stella e stella, e che, sussultando di un sacro commovimento, io saluto il mescolarsi delle anime innamorate, - ho rammentato ed ho pianto, ho sorriso ed ho sperato nella mia illusione!
 Vagheggiati fantasmi della mia cupida fantasia, larve sfuggevoli ed ammalianti, parvenze indefinite e indefinibili, oh volatemi accosto, conforto e tormento al mio cuore; intorno a me intrecciate la danza poetica, bisbigliando al mio orecchio le parole della speranza e dell'amore; tuffatemi nelle visioni placidissime e nei desiderii bollenti di un avvenire, spiato ora con tanta trepidazione ed ora con tanta baldanza; sorridete, e, sorridendo, inebbriatemi dei vostri canti e dei vostri profumi!
 - O poverina! - pensai, lasciando cadere la penna sul vassoio del calamaio: - Che tu abbia a irrugginire - e il mio occhio inavvertito si pos sulla finestra aperta: nel cielo l'amore delle stelle... Poi l'occhio venne a sinistra, l sul mio letto: fissai le coltri candidissime e quei cuscini "belli, gonfi, da sprofondarvi la testa senz'altro pensiero che quello di dormire, neh, figliuolo?" Oh s, mamma: mamma, nessun altro. Tu la sera premevi le tue labbra sulla mia fronte e col tuo bacio tu lasciavi nella mia mente pallida, o angelo custode, il tuo mite sembiante, e mi assopivi dolcissimamente, e il tuo viso. nella soave visione s'avvicinava, s'avvicinava: quando si curvava mollemente sul mio guanciale, io m'addormivo...
 Come fu? Colpa tua: una sera dimenticasti il bacio. Colpa mia: io non te lo richiesi. La sera appresso io non ne volli due a compenso. Poi mi baciasti sempre, santissima mamma... Nella mia fantasia fra le tenebre lontano sfilavano i ricordi; tu sorridevi: dentro un baleno di luce sul guanciale l danzavano le speranze; tu non sorridevi pi... Mi baciasti sempre. Una volta il tuo viso non mi parve pi s lieto e confidente; io mi sentivo melanconico: una volta mi parve mi rimprocciasse; io mi trovavo inconsciamente gaio e irrequieto.
 Perch? Il perch non lo sapevo: poi finsi d'ingannare me stesso, indovinandolo: poi al tuo bacio sorrisi, s, sorrisi. Mi baciavi, dolorosissima mamma: colla preghiera che ti veniva alle labbra, quando toccavi la mia fronte, tu hai benedetto il mio ascoso pensiero, e anch'esso mi parve degno del tuo amore: e sentii in me una s dolce baldanza, una gioia intima, mista di irrequietudine e di pace profonda, che una sera non uno, non due, ma tanti da non poterli contare, tanti di que' tuoi beantissimi baci li volli sulla mia fronte!
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 Nell'ora mesta, alla blanda luce del crepuscolo, al suono delle campane che mi dava un sussulto, come l'estrema voce di un lontano morente, tra l'amorosissimo mistero d'armonia fra le cose e l'animo, alla azzurra danza dei rimpianti e delle speranze, io, soletto, discesi nel giardino, corsi alla mia listicciuola di terreno, al mio cespo di rose...di quelle di Boscate, che piacevano a lei: sedetti sul nudo terreno, e ascoltai e guardai...
 Il d dopo, al primo di giugno, ero in iscuola nel buono della lezione: i gomiti appuntellati sulla panca e le mani unite a gronda sugli occhi, quasi a tener l le idee, proprio su quella moltiplicaccia che, risuda e risuda, non c'era verso mi riuscisse a bene. Dalle, dalle; ma un importo scappava, un nove m'imbrogliava nella mente una casella dell'abachino, una cifra scarabocchiata mi dava stizza e cattiv'augurio... Posavo la penna. La riprendevo per ricominciare.. - Gi una macchiona!.. La moltiplica s'intricava: io alzavo gli occhi e li volgevo a guardare Aldo il mio vicino, Aldo che mi aiutasse: il galantuomo si rosicchiava l'unghia del mignolo. Sul mio quadernetto la macchiona, tormentata dalla penna, s'arrotondava nel contorno e prendeva in giro certi pungiglioni a raggi.. - To', la testa di una villana brianzuola,: nella mia mente il viso della mamma, che ad ora veniva innanzi, ad ora sfuggiva tra il balzellare delle cifre, si fiss, e... pianse o sorrise? Il fondo buio-prigione di quella casellaccia, con cui martoriavo il cervello, si sfumava, perdendosi lontano, e lontano ecco una trasparenza, un barlume riflesso di luna su un ruscello tranquillo nella notte pi tranquilla, e quello inargentava una nebbia a gorghi, e tra la nebbia... ecco due testine.
 Addio cifre! Ritornavano i pensieri del giorno avanti: si ricoloriva il sogno della notte: si affollavano nella mente i fantasmi, varii, invitanti, sfuggevoli, invitati, carissimi...
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 Teresa ci sorrideva sempre: la mamma, quando ci trovava insieme, non si faceva pregare; un sodo bacione per uno e noi eravamo tutti e tre come della stessa nidiata, come i rondinini della Madonna.
 Lina mi appariva nella sua robuccia bianco listata, col grembialino candidissimo a tre ritreppii, colla crocetta d'oro in collo: Rita le si stringeva appresso, modesta nel suo percale a fiori grigi e neri, semplice ma pulita: i loro visini, uno pallido e gentile, l'altro brunetto e paffutello, si accostavano a baciarsi... Girava un aspo e girava e girava, e due vocine si accordavano in un canto religioso. Tubavano le colombelle e due manine loro porgevano briciole e regalavano carezze. E l'una e l'altra, Rita e Lina, si domandavano le cento volte al giorno: "D', come sar il mio vestito da sposa? Bianco o celeste?"
 Le rammentai tutt'e due acquattate sotto al padiglione della moscatella a piluccare i grappi, spiccando acino ed acino, e ad empire il cavagnuolo per la zia Beppina; e, coi grembiali ripiegati a borsa, come le massaie, sotto a quel pero, a cui dava le scosse, non avare, nonna Berta la fattoressa, saltellanti sul pratello nella nostra ortaglia. Le rammentai a chiaro di luna - che sere di settembre! Che cielo che smagliava! - tra le villane in circolo sull'aia, serrate ai fianchi di Teresaccia, a cernere le sfoglie del granturco e le barbe le pi bionde; quelle per fare il lettuccio alle colombe; queste per superbire un pocolino: "Guarda, quanti capegli! D', sono lunghi? Non ti sembro una sposa?" E nel compleanno di zia Beppina, tutte e due schiacciate sotto un affastellato mazzone di fiorelli selvatici, quando, guardinghe e barcollanti, venivano su per la scalea del giardino nel salotto: le rammentai al retroguardo della mia soldatesca, implacabili distruggitrici, lorch io bandivo: "Guerra ai sancarlini! Quei fiori ci cacciano alla scuola. Fiori brutti, fiori cattivi!"
 E Teresa ci sorrideva sempre: e mamma non si faceva pregare.. -
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 "Dunque?" il maestro mi svegli di botto, strappandomi da Boscate: "Importo totale, lire....?"
 Ero nel buono della lezione, anzi nel buonissimo, perch il sor Benpoco, levando la penna d'oca ad accennare, saltellando colla mano, tutte le faccine impallidite, ahi! "Ri..." incominci spietatamente: "Ri..." Che gricciolo died'io! E lui, dopo avere strascicato quella sillaba a spavento di tre scolari, Riccioli Beppino, Rigoni Giulio, e Rigo, "Tu!" fe' scoppiare la bomba nella mia panca: "Tu!" al mio posto: "Dimmi...?" e lasci che la sua voce mi ficcasse, come un chiodo, nelle orecchie il punto interrogantis, ma nient'altro: nascose nella sua zucca malintenzionata il resto della domanda e ve la serr con due prese di tabacco: poi si volse all'uscio, perch s'apriva.
 "Rigo***" chiam il bidello comparso, e dopo quattro sbuffi: " cercato da basso" e tenne aperto l'uscio, aspettando, e si tocc, segno d'autorit, la calottaccia, di velluto.
 " interrogato" osserv con crudelt il maestro, levando dal tavolo il registro col dito proprio sul mio nome: "interrogato."
 "D'ordine del signor direttore" e il bidello rantol.
 Io mi raggruppai, come se da tergo mi minacciasse una schioppettata. Poi guardai la moltiplica, spiai il maestro, spinsi l'occhio li traverso sul profilo dignitoso del bidello: - Male, male, male! - conchiusi e strizzai le palpebre, attendendo - la situazione precipitava alla peggio da non si dire - attendendo la cannonata, e affermo poco, e raccomandai a Dio quel resticciuolo d'anima che ancora m'avessi in corpo.
 "Ah, quand' cos," decise il signor Benpoco col sorriso del mea culpa: "Rigo, presto. Se il dirett.. - se il signor direttore ti chiama, non fallo aspettare."
 A buon conto sotto alla panca feci scivolare il mio quadernetto, e mi rizzai: Aldo pispiss: "Che il catechista abbia fatto rapporto? Ma se avessi potuto suggerirti..!" Io non risposi e mi mossi.
 Appena chiuso l'uscio, appena mutati due passi nel corritoio, mi trovai sulla spalla la mano rossaccia e imbottita del bidello, e sentii tra un sospirone e l'altro: "C' qui da basso...." e tra un terzo ed un quarto, con un abbassamento di voce, tutta confidenza: "c' qui la mamma: la mamma con..." 
 Io mi rivolsi, guardando l'omaccio: lui s'arrest a grattarsi il labbro superiore, in aria di gran mistero. Eravamo proprio dinnanzi a quell'orario incorniciato ed appeso di fronte alla finestra: oh che cara occhiata! sul suo vetro si rifletteva il pi allegro azzurro che sorridesse nel cielo... l'azzurro,  mi parve, su cui si appuntano nelle vastissime spianate gli abeti di Boscate: contemplai il volto del bidello... To', to', somigliava al sor curato: il curatone, quello che in petto, a vece di breviario, s'aveva sempre la fiasca della polvere di frodo. Il volto del bidello! Era proprio. peccato il dire che quello non era da galantuomo.
 - Si va a Boscate, si va - pensai: - finito il martirio. E in due ore si  l coi cavalli della zia Beppina. Trotta, trotta! A Boscate, al tempo delle ciliege!"
 "C' qui la mamma con una bella.."
 "Si chiama Lina quella bella tosetta" interruppi io con troppa furia.
 "Ah? Ha una sorellina lei, Rigo?" m'aiut il bidello con troppa buona fede.
 "Gi" e, alzando la mano in atto dimenare una frustata, giacch nella mia mente s'andava, eh s'andava troppo adagio! - Trotta! Galoppa! - e scuotendo la testa, come un cavallino imbizzarrito, io corsi allo scalone.
 "Guardi di non farsi male!" mi soffi dietro il bidello.
 Nella sala di ricevimento trovai la mamma, lei sola, colla cuffietta nera, col suo moerre scuro, in piedi e colle braccia aperte: l su una scranna un involto, gi slegato per la visita del direttore, e accanto a quello il libro della messa... La mamma tornava dalla chiesa!...
 Oh Dio! di quanti baci la mi coperse! Baci lunghi, affettuosissimi, ma... tutti suoi e di babbo.
 Io non dissi verbo. La prese colle sue mani le mie tempia, mi cacci indietro i capegli, volt con atto leggiadro di amore materno la mia faccia verso la luce che entrava dalla finestra, e mi guard fissa, dubbiosa, quasi sgomentita. E si fermava di quando in quando ed abbassava gli occhi e si raccoglieva in una dolorosa immobilit, come chi soffre, rammentando: poi mi contemplava, e, quasi se paurosa che alcuno avesse a rapirmi a lei, mi stringeva e mi soffogava a bacioni, con gioia ansiosa, con irrequietezza convulsa, con immenso desiderio.
 Infine "Sono venuta oggi, perch ho voluto portarti... Guarda che cosa ho voluto portarti. La mamma ti vuol bene: oh tanto bene! Guarda" e si affaccendava a trarre dalla carta una roba nera che non voleva uscirne. O Vergine! come la s'imbrogliava a sciogliere le cordicelle gi sgroppate! Forse perch la sua mano tremava?
 "Senti: come stai? Come ti trattano?" mi supplic: "Se hai qualche cosa, dimmelo, caro. Neh? dimmelo, per amore di Dio. Sono la tua mamma! Procura di non trascurarti, perch si fa in fretta, ve'!" e colla destra soavissimamente cercava basso intorno a s: trov la mia testina e la venne accarezzando... Non trov l'altra che cercava. Dio! che scoppio strozzato di pianto! Allora con doppio amore si sfog sulla mia a baci e lisciamenti.
 "Senti..." di botto aggricciando, tent (l'ingannarmi: "Ti voglio tanto bene. Lo sai, eh? A Boscate ci andremo, e presto. Ma non strapazzarti..."- Anzi, come se continuasse un pensiero che la preoccupava irresistibilmente: "non voglio che tu giuochi nella corte, sotto al sole, e m'ha detto il dottore della zia Beppina.. -" si serr la lingua tra i denti: "cio il direttore, s, il tuo direttore ha detto che tu potrai giuocare al tavolo col tuo amico, quieto, senza sudare."
 Sciolta la carta finalmente, mostr una bella scattolona, la bella che colp quel buonaccio di bidello: "Ti divertirai con questa: dentro troverai il giuoco che tanto ti piaceva. Ti divertirai, ma senza correre, senza sudare. Ti sei sempre sentito bene? sempre? Oh, rispondimi qualche cosa. Che t'ho fatto? Che t'hanno fatto?" e qui nuova furia di baci e di strette.
 Io, piangendo, le sorrisi...
 Ed ella, lasciandomi, dopo tanto e tanto festeggiarmi, tra lieta e sgomentita, con garbo o con paura la mi toccava col ventaglio sotto il mento...
 Madonna! non si ricord che quel ventaglio era di lutto e nuovo appena comperato: non si accorse che, nel raccogliere il libro della messa, dalle pagine lasciava sdrucciolare un fogliettino a nero e argento.
 Quel fogliettino lo conservo. Da una parte una croce, dall'altra 

 Adelina P...
 Morta a 8 anni, 10 mesi, 5 giorni.
 29 Maggio 186... 
 I miei giorni sono passati pi velocemente
 che non si recida dal tessitore la tela.
 GIOBBE, VII, 6.



 E l'una e l'altra, Rita e Lina, si domandavano le cento volte al giorno: "D', come sar il mio vestito da sposa? Bianco o celeste?"
 Bianco, o dilettissime, a fiori ed oro... fu lo strato che copriva la vostra bara.
 Lina gi da sett'anni, battendo le sue ali invisibili intorno a me, popola i miei sogni coi nostri ricordi infantili.
 In oggi, in una mattina di settembre, per la Rita s'aperse il cancello del camposanto, e per la Rita pianse chi, lente, ascoltava le note di un canto, che si succedevano mestissime e ondeggiavano e venivano... venivano a morire tra le croci.

Limbiate. Settembre 1871.
...
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...
FINE.